Ecco, dovevi incontrarmi
non per farmi dire, guadagnare
una inutile parola nuova
ma per farmene, inutilmente, capire
una già detta.
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Ecco, dovevi incontrarmi
non per farmi dire, guadagnare
una inutile parola nuova
ma per farmene, inutilmente, capire
una già detta.
Uno,
Pensare il mondo con cautela
non far troppo male all’aria
prendere a prestito contorni
da ridistribuire
pensare Bellezza
al di là di Me
Due,
Fermarsi al punto giusto
che è arrivare in fondo
a tutti i punti sbagliati
Tre,
Fingere di fare piano
perché c’è troppo sempre per la parola
da maneggiare di altrui
o di un risentimento
o di un’assenza
o di tempo che voleva se stesso
e non si è raggiunto
ma si è riconosciuto
in qualcosa di non prendibile
che fa un piccolo male
un piccolo bel male
Quattro,
Rifarsi le unghie sul mondo
tracciarsi i confini
del proprio nuovo mondo
creato e sovrapposto
a quello non vero
Cinque,
Ripensare il suono del mondo
il mondo come suono
riannodare fili impossibili
esorcizzare
il silenzio
Consumata l’impossibile salita
masticando vetri rotti ai suoi piedi,
tabelline dello zero
Consumata la fame, e il senso, il sale,
e ciò che ci fa
sporchi benché vuoti
Consumati tutti i doni reciproci
e tutte le invasioni
Il filo sottilissimo
delle parole inutili
ci guarisce le nostre
vecchiaie
bestemmie
Quante domande puoi fare ancora,
Poesia, a te stessa
attraverso noi
prima dell’estinzione?
Quante volte dovrai soffrire
di non tradire te stessa?
E quante volte, dimmi, strappare le tende,
e fingere di dormire
con un occhio solo:
l’unico buono.
Scrivere con le orecchie,
ascoltare con le mani.
Entrare, masticare, saccheggiare.
Fare di sé
un bel cattivo uso.
Voce che ridissemina se stessa, il proprio tempo neonato
di ictus.
Voce che legittima lo sputo.
Voce che pianta bandierine e attenzioni,
ad ogni
svicolamento,
smarrimento,
ritrovamento.
Voce riaperta al mondo, estremo
affinarsi,
assottigliarsi,
Il suo scrivere è il solo modo di leggere
di dichiarare a se stesso
che lettura (che lettura del mondo)
vuole fare (sa fare)
Il suo leggersi
è il solo modo di scrivere
vestire ridipingere rimascherare
il libro altrui (il libro del mondo)
Libro:
nome proprio di animale comune morto
e vissuto impotente
ma il suo seme ormai disperso
era creatore inutile di mondi
(Mondo:
un sempre fuori regno della stupida speranza fiducia
con le sue briciole sole sotto la neve)
(Mondo:
libro incompiuto dei poveri viventi)
Lo scrittore sa tutto del mondo, la pagina è il suo mondo.
Mondo dove si racconta, da sé, a sé, una storia.
La scrittura non fa discorsi se non li fa, se non li può fare, su se stessa.
Non fa che girare e provare con la gola stretta vicoli disabitati saltellando le mani vuote messe al gesto della semina, e metter farfalle e musiche dove più non ne trova.
Non fa che fingere di rinnegare ogni propria verità: verità che infatti non esiste se non è che se si parla di parole ogni volta il problema non è mai davvero un problema e non è mai sapere ciò che esiste davvero oppure no.
La voce non crea che voce, il suono non crea che suono.
La voce aspetta una voce, la voce guadagna un nome, un adesivo, una patente, sempre dagli altri: di stupida diversità, di alterità, di alternatività, di avversione: come scrittore, bandito, satana, sioux; senza qualcosa di stupido, di eroico come una scelta.
Una chiave è un marchio che purtroppo è senza sangue e che purtroppo è sempre nella lingua dell’autocostituitasi mascherata parte nemica.
Il lettore è questa controparte che era amica mentre era pronunciato, tacitamente; accolto, arbitrariamente; e si rivolta contro, giustamente; ma senza mai volerlo fare; e si rivolta contro per mancanza di diseducazione; e si rivolta contro per distrofia verbale.
E si rivolta contro fingendo di farcelo fare.
L’ascolto finge di presupporre o di richiedere un luogo, una lingua, una famiglia di adesivi; se non c’è la inventiamo inutilmente, inutilizzabilmente, apposta; non c’è anzi ogni volta mai, e ne inventiamo sempre, inutilmente, inutilizzabilmente, una che per finta è nuova.
L’ascolto non crea che orecchi, che informano bocche che poi non ascoltano se stesse.
Ogni cosa al mondo è metafora di una cosa.
Il mondo della cosa, è quello utile, della giustizia, della finta pace, della verità.
Il mondo della cosa che è metafora di una cosa, è il mondo della bellezza. La bellezza che è solo la sopravvivenza delle cose. Il mondo della bellezza che, per l’uomo, è solo negli occhi dell’uomo.
Ogni cosa è metafora di una cosa, mai di se stessa.
Nel prima fuori del libro c’è il Protagonista che non sa di esserlo e nasce.
Nel prima fuori del libro c’è l’Autore che sceglie che colori usare o da che colori essere usato per mostrare ciò che è invisibile.
Nel prima fuori del libro c’è il Lettore che pensa a vivere e vive pensandosi tante cose tra cui certo anche lettore.
Nel prima fuori del libro c’è il Critico che va in giro in sogno e ruba polveri magiche a tutte le clessidre per costruire i castelli più accoglienti che sa e che non sa.
Nel prima fuori del libro c’è il Libro che già esiste impotente e impaziente di raccontarci la sua impazienza e non la sua impotenza.
Nel dopo fuori del libro c’è il Protagonista che torna fuori dall’idea di tornare, e scrive, fuori dall’idea di scrivere, la pagina che non è dato leggere.
Nel dopo fuori del libro c’è il Lettore che è un segugio che annusa l’aria di ogni mondo che incontra cercando l’odore del mondo del libro per finta, per gioco, per regola, abbandonato.
Nel dopo fuori del libro c’è il Critico che compie il prodigio di non svegliarsi.
Nel dopo fuori del libro c’è il Libro che non è altro che un pezzo di ciò che era prima il fuori del libro, fa parte ora del fuori di un qualsiasi altro prossimo libro.
Nel dopo fuori del libro c’è l’Autore che finge di riposare per sempre, ovvero riposa davvero ma finge che sia per sempre, nell’irraccontabile.
Nel prima fuori del libro il Fuori è il libro, personaggio di un nonlibro potenziale e che potenzialmente contiene tutti i libri.